A.B.S. – Azioni di Bassa Soglia. L’esperienza della città di Firenze.

 

Eleonora Moscardi Global Education MagazineEleonora Moscardi

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Mara Marchitelli Global Education Magazine

Mara Marchitelli

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Valentina Menzella Global Education Magazine

Valentina Menzella

Cooperativa Sociale CAT

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Versione Spagnola

Abstract: All’interno del quadro teorico relativo alla marginalità ed alla riduzione del danno la Regione Toscana promuove nella città di Firenze un nuovo progetto di lavoro di strada che opera nel contesto territoriale della stazione centrale. Il progetto ABS si propone di contattare il più ampio numero di persone e gruppi marginali, italiani e stranieri, coinvolti nell’uso di sostanze legali e illegali e di implementare una lavoro di rete tra i vari soggetti del territorio. Ad una prima fase di mappatura è seguita una fase di contatto diretto con l’utenza, attraverso le metodologie tipiche degli interventi di lavoro di strada e riduzione del danno. La presenza stabile degli operatori di strada all’interno del contesto della stazione di Santa Maria Novella consente una visione ampia e focalizzata rispetto al fenomeno delle marginalità in città, permettendo da un lato di osservare aspetti specifici quali le caratteristiche del target, i rapporti con i servizi/associazioni della rete e l’uso di sostanze e dall’altro di intervenire con azioni personalizzate e condivise con le persone e svolgere un lavoro di attivazione della rete. Una lettura psicosociale del fenomeno permette di andare oltre la connotazione esclusivamente legata al deficit e attivare interventi di promozione del senso di efficacia personale mirati a favorire un atteggiamento positivo verso il cambiamento.

Parole chiave: Marginalità, Riduzione del danno, Consumo di Sostanze, Azioni di Bassa Soglia, Empowerment, Firenze.

ABS (Azioni di Bassa Soglia) Low-threshold programs. The experience of the city of Firenze.

 

Abstract: Among the literature concerning marginality and harm reduction, Toscana Region is promoting in Firenze a new project of street work, which is operating on the Central station area. The purpose of the ABS project is contacting as many marginal people as possible (and also groups of this kind of people), italian or foreign as well, which are using legal or illegal drugs, and also enforcing a network between the various subjects who are operating in the same territory. The first step of this project was a mapping, followed by a stage of straight contact with users, operated throught the typical methodologies of street work and harm reduction. The street workers are constantly present among the area of Santa Maria Novella station, and this fact gives a wide and focused vision on the phenomenon of marginality in our city, allowing us not only to observe specific aspects (as characteristics of the target, relationship with services/associations and drug use), but also to act in a specific way to a specific person (a way shared with people, too) and to activate the already mentioned net. Reading this phenomenon by a psycho-social point of view lets us go beyond the idea of “deficit”, and activates measures of self efficacy promotion to help a positive attitude towars the possibility of change.

Keywords: Marginality; Harm Reduction; Drug Use; Low-threshold Programs; Empowerment; Firenze.

 

Introduzione

Il diffondersi di situazioni di marginalità ha storicamente accompagnato lo sviluppo delle città e delle metropoli e la necessità di pensare interventi specifici rivolti all’area delle marginalità estreme è sempre più evidente all’interno dei contesti urbani, particolarmente in questa fase storica. Infatti, da un lato si evidenzia sempre più la dimensione della “città disabitata” con i centri storici che divengono “vetrine” per il turismo e sempre meno luogo di vita, di socializzazione e di integrazione tra cittadini; dall’altro, la “città disabitata” diventa luogo di riferimento per gruppi marginali e in grave difficoltà che utilizzano gli spazi per costruirsi “aree di sopravvivenza”, mobili e precarie, invischiate spesso in attività illegali. La situazione appare complessa e richiede interventi capaci di prendersi cura del contesto attraverso una politica di accoglienza e riconoscimento dei diritti/bisogni delle persone che ci vivono (Barnao 2004; 2007).

Con il termine “marginalità” s’intendono gruppi eterogenei per origini e caratteristiche culturali, per bisogni specifici e per le problematiche che creano nel contesto urbano. Gruppi costituiti prevalentemente dalla popolazione dei senza dimora in cui si intrecciano difficoltà economiche, espulsione dal mercato del lavoro e fragilità personali. L’estendersi di fenomeni quali tossicodipendenza, alcoldipendenza, problematiche psichiatriche, immigrazione clandestina (la L. 15 luglio 2009, n. 94, introduce lo stato di clandestinità come reato), ha ulteriormente aggravato la situazione complessiva, con il rischio di portare a contrapposizioni laceranti fra gli stessi cosiddetti “marginali”.

È un soggetto marginale (sia esso un gruppo o un individuo) chi è distante dal centro del sistema sociale cui appartiene (occupa cioè una posizione periferica) ed è prossimo ai confini che separano tale sistema dall’ambiente esterno (o da altri sistemi). La marginalità sociale, dunque, si colloca lungo l’asse integrazione/esclusione e può essere considerata come una delle posizioni intermedie di una scala che vede ai suoi estremi le due figure opposte dell’integrato e dell’escluso. Tuttavia alla figura del marginale viene generalmente attribuita una qualità specifica, derivante dal fatto paradossale di appartenere di diritto a una certa categoria e al tempo stesso essere escluso sia dalle decisioni e dal godimento delle risorse, sia dalle garanzie assicurate alla maggioranza degli altri appartenenti al sistema (Gallino, 1993). Proprio questa posizione ‘liminale’ ha contribuito alla formazione di rappresentazioni sociali della marginalità che ne hanno enfatizzato di volta in volta i potenziali di devianza (in quanto area sottratta al controllo sociale), di innovazione sociale, di opposizione all’ordine costituito (Park, 1928). Le teorie sulla marginalità sociale, infatti, si sono affiancate e susseguite nel corso della storia, modificando i propri assiomi in relazione ai cambiamenti delle società di riferimento e, quindi, dei suoi “marginali”.

Nelle società tardo-capitalistiche, in particolare, emergono nuove forme di marginalità sociale, i cui tratti tipici sono i seguenti: la marginalità sembra essere meno facilmente localizzabile nelle aree periferiche (Barbano, 1982, p. 28); assistiamo oggi a una “trasformazione in senso adattivo-funzionale della marginalità sociale” (Paci, 1981); infine, nelle società contemporanee, si vede ampliarsi progressivamente l’area della “vulnerabilità sociale” (Castel, 1991). Ciò che caratterizza l’uomo marginale è, quindi, l’esperienza della non appartenenza, dell’impossibilità permanente dell’integrazione e la necessità di sviluppare relazioni con gli altri sempre e solo di tipo adattivo (Ranci, 1996).

Queste nuove fenomenologie richiedono, per essere comprese appieno, una nuova concettualizzazione della marginalità, che sottolinei maggiormente il carattere mobile e processuale delle sue manifestazioni più recenti.

In un’ottica di centralità della persona, di inclusione e di attenzione alla tutela della salute la Regione Toscana ha ritenuto di finanziare su vari territori una serie di progetti volti ad intraprendere azioni che portino al raggiungimento di tutte quelle persone escluse dalla rete consueta dei servizi. In linea con i concetti di bassa soglia e di riduzione del danno, si è ritenuto strategico l’avvio nella città di Firenze di un nuovo progetto di lavoro di strada (realizzato dall’Associazione Insieme onlus e dalla Cooperativa Sociale CAT), finalizzato alla promozione e facilitazione dell’accesso ai servizi sociali e sanitari e all’attivazione delle risorse della comunità locale sui temi della salute, dell’accoglienza e della sicurezza.

Gli interventi di riduzione del danno, nati come trattamenti sostitutivi con oppiacei e come programmi di scambio siringhe (Berridge, 1993; Marlatt, 1998), hanno gradualmente esteso il loro campo di azione fino alla presa in carico delle esigenze sociali e sanitarie dei tossicodipendenti problematici, in particolare quelli più esclusi (EMDCCA, 2009). Questi interventi si collocano, dunque, in un approccio di sanità pubblica che legge l’uso delle droghe illecite non come un fenomeno causato da fattori individuali (psicologici o morali) ma come un fenomeno che causa problemi sociali e minaccia la salute pubblica (Drucker, 1995). Secondo quest’ottica, infatti, i danni della droga non stanno solo (o non stanno tanto) nelle caratteristiche chimiche delle droghe, quanto nella scelta di criminalizzare il consumo, che spinge alla stigmatizzazione e all’emarginazione sociale dei consumatori, mentre produce un fiorente mercato illegale. L’obiettivo, quindi, dell’intervento pubblico si ritiene debba concentrarsi sulle conseguenze del consumo più che sulle cause e debba consistere nella gestione del fenomeno dei consumi, piuttosto che nell’eliminazione della droga (Cohen, 1999; Zuffa, 2006). Ciò si traduce nella pratica in politiche sociosanitarie di sostegno e promozione di culture e modelli di uso più sicuro, a partire dalla riconosciuta capacità degli individui di “gestire” e “controllare” i consumi, passando a modelli d’uso più moderati e/o riducendo i rischi connessi. Il modello di promozione della salute, adottato dalla riduzione del danno, ha, infatti, il vantaggio di essere assolutamente flessibile, rispetto a quello di prevenzione/cura della patologia, e quindi si caratterizza per una maggiore dinamicità e possibilità d’innovazione dei programmi, rivolti sia ai consumatori più problematici che non riescono a beneficiare dei trattamenti disponibili, sia a quelli meno problematici che periodicamente attraversano periodi di uso più rischioso e intensivo.

Gli interventi di riduzione del danno sono strettamente collegati al concetto di “bassa soglia”, ossia servizi facilmente accessibili che si sforzano di rispondere alle domande/bisogni dell’utenza. Secondo una ricerca sulla bassa soglia e sull’accesso al sistema dei servizi (Camposeragna, 2009), in Italia risultano 157 servizi, suddivisi in sei tipologie: servizi di accoglienza diurni (drop in); servizi di accoglienza notturna; servizi di accoglienza su 24 ore; unità di strada per tossicodipendenti; unità di strada nei contesti del loisir; interventi “altri”. Le prime quattro tipologie agiscono nell’ambito della riduzione del danno sociale, oltre che sanitario, essendo rivolte a persone dipendenti in condizioni di marginalità; la quinta tipologia agisce nell’ambito della riduzione dei rischi, rivolgendosi ai consumatori e/o ai consumatori problematici e l’ultima tipologia raggruppa interventi quali i servizi di pronta accoglienza residenziale che hanno progressivamente abbassato la soglia fino ad offrire momenti di tregua della vita di strada (Zuffa, 2011).

All’interno di questo quadro di riferimento si inserisce il progetto A.B.S. (Azioni Bassa Soglia) che prende avvio nell’anno 2009, ed il cui contesto territoriale di riferimento è quello della Stazione Centrale della città di Firenze e delle aree immediatamente limitrofe. Nello specifico si tratta di zone contraddistinte da una forte presenza di gruppi di marginali, eterogenei per etnia, età e caratteristiche socio-culturali, che si trovano spesso in situazioni fortemente problematiche.

A seguito dell’esperienza sviluppata e dei risultati raggiunti nel primo anno di attività (Morandi et al., 2010), la successiva edizione del progetto, iniziata nell’aprile 2012 e tutt’ora in corso, si propone di proseguire e consolidare la sperimentazione di azioni e servizi che promuovano una logica di prossimità verso la persona, intesa sia come costruzione di una relazione, sia come strategia di riduzione del danno. Di attivare interventi che siano in grado di promuovere una diversa cultura della sicurezza, che non si esaurisca nel solo ordine pubblico, ma che sia sviluppo di progetti personalizzati e coinvolgimento attivo delle persone, e quindi azione di controllo sociale positiva. Ed infine, di promuovere strategie che consentano di riconoscere la strada come luogo privilegiato di osservazione dei mutamenti in atto.

 

Obiettivi

Obiettivo generale: implementazione dei servizi di prossimità e bassa soglia che operano per le marginalità e le dipendenze nell’area fiorentina e loro raccordo con la rete dei servizi sociosanitari del territorio.

Il progetto si articola in due sotto-obiettivi specifici

Unità di Strada A.B.S.
Il nome “ABS – Azioni di Bassa Soglia” nasce come indicazione riconoscibile e immediata del progetto, in rappresentanza dell’attività svolta. Il logo del progetto, raffigurante un uomo che cammina con uno zaino in spalla e una mano tesa, è il simbolo della metodologia di strada applicata dall’équipe.

La finalità principale è quella di contattare il più ampio numero di persone e gruppi marginali, italiani e stranieri, coinvolti nell’uso di sostanze legali e illegali, al fine di realizzare interventi di prevenzione e riduzione del danno, favorire azioni volte alla cura di sé, fornire strumenti di tutela della salute, ridurre alcune condizioni di rischio correlate ai comportamenti e avviare il contatto e la presa in carico da parte dei servizi socio-sanitari del territorio.

Si intendono inoltre attivare azioni educative finalizzate alla promozione dell’autonomia individuale che favoriscano l’accesso alla rete di supporto formale e informale.

Azioni di collegamento

Il progetto si propone come strumento di implementazione di una rete di collegamento tra i diversi interventi di bassa soglia e riduzione del danno presenti sul territorio; come strumento capace di favorire un intervento di rete tra i servizi istituzionali e quelli del privato sociale (Servizi per le Dipendenze, Ufficio Inclusione Sociale del Comune Firenze, Reparti Ospedalieri, Servizi di Salute Mentale, Servizi Sociali Territoriali, Sportelli di Consulenza Legale, Centri Accoglienza, Dormitori, Mense, Associazioni di Volontariato, Ferrovie dello Stato, Forze dell’Ordine e Polizia Ferroviaria); come strumento di informazione e aggiornamento su tematiche relative alla marginalità, al lavoro con le minoranze, alle emergenze relative al consumo di sostanze ed ai trend relativi alle situazioni di tossicodipendenza in strada.

 

Metodologia

La prima fase ha previsto una rilevazione del contesto territoriale attraverso l’osservazione della presenza del fenomeno, sia all’interno della stazione che nelle zone circostanti. Inoltre, secondo un’ottica ecologica, è stata svolta una rilevazione del contesto sociale di riferimento, contattando direttamente gli attori sociali presenti (associazioni di volontariato che operano in stazione, esercizi commerciali e pubblici) e individuando possibili luoghi di riparo meno visibili.

Nella fase successiva ha preso avvio il contatto con l’utenza attraverso le metodologie tipiche degli interventi di lavoro di strada e riduzione del danno, quindi con azioni di maggiore vicinanza, strumento che favorisce la possibilità di entrare in relazione, riconoscendo i bisogni che la persona avverte come prioritari, per intraprendere un percorso condiviso e personalizzato.

L’équipe si è avvalsa di strumenti operativi quali “l’ascolto attivo”, “la relazione”, “la mediazione sociale” e “la mediazione culturale”. L’intervento degli operatori ha avuto come finalità l’attivazione di percorsi volti al miglioramento delle condizioni di vita delle persone presenti in strada, fornendo strumenti e conoscenze e, parallelamente, lavorando al rafforzamento della consapevolezza di sé e delle proprie competenze, con un’azione di potenziamento dell’empowerment individuale.

Trasversalmente agli interventi con l’utenza diretta si sono effettuati incontri con i diversi nodi della rete, si è preso parte ai diversi tavoli attivi nella città ed è stato portato avanti un lavoro di connessione dei vari soggetti coinvolti a vario titolo negli interventi con la popolazione target.

 

Alcuni risultati

Caratteristiche del target

Nella prima edizione del progetto sono state contattate 145 persone (83% maschi), di età media circa 40 anni, di cui il 54% stranieri (soprattutto provenienti dai paesi dell’Est Europa e Nord Africa).

Nei primi otto mesi della seconda edizione (maggio-dicembre 2012) sono state coinvolte 132 persone, la cui maggioranza è di genere maschile (72%), dato che rispecchia la composizione della popolazione di strada, ma che vede un aumento della presenza femminile, spesso caratterizzata da situazioni di forte rischio. Per quanto riguarda le fasce d’età, la maggior parte delle persone si situa tra i 26 e i 55 anni (l’86%). Appare rilevante anche un 10% di persone di età superiore ai 56 anni, dato anche questo in aumento rispetto alla precedente edizione, che pare rispecchiare nuove forme di marginalità, anche tardiva, legate ad un aggravarsi delle già precarie condizioni socio-economiche di alcuni. Rispetto alla nazionalità, la percentuale più alta è quella degli italiani (51%); a seguire risulta piuttosto rilevante la percentuale dell’utenza proveniente dall’area del Maghreb. Inoltre, è in aumento la presenza di cittadini Comunitari, provenienti principalmente da Ungheria, Polonia e Romania (22%). Dall’Europa non Comunitaria arrivano cittadini provenienti principalmente da Albania, Bosnia, Croazia, Kosovo, Moldavia (14%).

In linea generale è possibile affermare come sussistano due macro-tipologie di utenza: un primo gruppo, numericamente ridotto ma più problematico per quanto riguarda la dipendenza da sostanze e la salute personale, che vive la stazione quotidianamente sia durante il giorno che nelle ore notturne; e un secondo gruppo, più numeroso ma meno visibile perché più mobile, che utilizza la stazione soltanto in ore notturne e in occasione delle distribuzioni di pranzi o cene ad opera delle associazioni. Di quest’ultimo gruppo fanno parte anche coloro che potrebbero essere definiti “nuovi poveri”, la cui marginalità è dovuta spesso a un’estrema precarietà economica o abitativa.

Nel complesso delle persone contattate lo “stare in gruppo” appare rilevante, in quanto permette loro di far fronte ad alcuni bisogni primari tra cui il reperimento di beni materiali, lo scambio di informazioni ma anche il bisogno di sicurezza, soprattutto per le donne o per coloro che sono sulla strada da meno tempo.

Il 28% non ha alcun documento d’identificazione valido, il 23% possiede un documento italiano, il 5% ha un regolare permesso di soggiorno e il 3% il passaporto del paese d’origine. Per quanto riguarda i documenti sanitari si riscontra tra gli stranieri un 14% in possesso del documento Stranieri Temporaneamente Presenti (STP), mentre tra gli italiani solo il 10% possiede la Tessera Sanitaria, ed è quindi regolarmente iscritto al Sistema Sanitario Nazionale. Il possesso dei documenti determina la possibilità di accesso a molti servizi, pertanto, soprattutto nel caso di stranieri senza permesso di soggiorno, è stato ritenuto prioritario procedere all’ottenimento del certificato STP. Non sempre è stato possibile ottenere informazioni approfondite sui documenti (17%) poiché si tratta di un’informazione delicata e talvolta causa di sospetto e diffidenza.

Per quanto riguarda gli italiani si evidenzia come il 50% del target sia composto da fiorentini, di nascita e/o per residenza. Nel complesso il 60% delle persone contattate non possiede una residenza, quindi è priva della possibilità di accedere a tutta l’area della presa in carico sociale.

Il 76% delle persone contattate vive e dorme sulla strada o in situazioni molto precarie (chi si trova temporaneamente ospite in casa di amici, chi alloggia in case abbandonate o in baracche, camper, macchine, vagoni treno, ecc.), mentre è solo il 21% che dorme in un alloggio proprio o in una struttura di accoglienza. Rispetto al lavoro, elemento caratterizzante del fenomeno di esclusione sociale, si nota come quasi nessuno abbia un lavoro stabile: il 94% del target infatti si divide equamente tra chi ha perso il lavoro (disoccupati 45%) e chi non lo ha mai avuto (inoccupati 49%), il restante 6% riguarda chi ha un contratto lavorativo anche di tipo saltuario.

Rapporto con i servizi/associazioni

Il rapporto con i servizi rappresenta uno degli elementi centrali da cui partire per la strutturazione di interventi di tipo personalizzato. Dalla rilevazione dei dati effettuata emerge che solo il 41% dell’utenza contattata si riferisce ad uno dei servizi presenti sul territorio (37% servizio per le tossicodipendenze; 3% ufficio inclusione sociale del comune di Firenze; 1% servizi sociali territoriali e 1% servizi di salute mentale), il restante 59% rappresenta quel “sommerso” cui maggiormente il progetto è chiamato a riferirsi.
I contatti con i servizi, quando esistano, risultano essere spesso frammentati e, talvolta, conflittuali; molte persone preferiscono utilizzare servizi di emergenza come il pronto soccorso: nei momenti di emergenza più “critici” (crisi acute da etilismo, ad esempio), gli utenti affermano di riferirsi autonomamente al pronto soccorso dell’ospedale di Santa Maria Nuova (il più vicino alla zona della stazione) per interventi “tampone”.

La difficoltà maggiore, riportata nel rapporto con le strutture pubbliche notturne e diurne, riguarda l’impossibilità di accedervi poiché privi dei documenti necessari, mentre rispetto ai servizi sanitari, riguarda la percezione di stigma e pregiudizio che talvolta viene percepita nel rapporto con gli operatori di questi servizi. È inoltre necessario sottolineare come spesso coloro che vivono in condizione di marginalità sociale estrema mostrano un rifiuto netto della possibilità di usufruire dei servizi istituzionali, probabilmente dovuto anche al timore di perdere relazioni significative e parte dell’identità di “senza dimora” acquisita nel tempo.
Le informazioni sui rapporti con le associazioni di volontariato mostrano come si costruiscano relazioni con quelle realtà che offrono una risposta immediata a bisogni primari (cibo, vestiti, ecc.).

Per quanto riguarda infine l’accesso ai centri diurni del territorio, intesi come spazio di tregua e punto di partenza per percorsi di miglioramento delle condizioni socio-sanitarie, è solo il 25% che frequenta o ha frequentato in maniera stabile tali strutture. Questo dato fa emergere la necessità di diffondere nella popolazione target le informazioni riguardanti la presenza, l’accesso e il funzionamento di tali servizi.

Uso di sostanze

Le sostanze stupefacenti legali e illegali sono consumate in misura simile da parte d’italiani e stranieri, anche se rispetto agli utenti nordafricani è necessario fare qualche distinzione. Per molti marocchini la condizione di marginalità è legata a questi ultimi anni di crisi economica, che ha determinato la mancanza di lavoro e quindi, per molti, la perdita di un’abitazione stabile. La percezione del temporaneo fallimento del progetto migratorio sembra essere spesso legata a un consumo di alcool piuttosto problematico. Per quanto riguarda, invece, gli utenti tunisini, la cui età media risulta più bassa, si caratterizzano per un’abitudine maggiore al consumo e al piccolo spaccio di cocaina ed eroina, delle quali, nel tempo, sono diventati, per la gran parte, consumatori problematici o tossicodipendenti.

Negli ultimi anni la rotta balcanica degli stupefacenti ha perso improvvisamente molto peso, lasciando la maggior parte dei piccoli pusher (generalmente tunisini) senza approvvigionamento (da parte di grossisti solitamente albanesi). Da quel momento molti pusher tunisini hanno perso quella forza economica che li diversificava dagli altri e che si rifletteva, ad esempio, nel poter fare a meno di entrare in contatto con quelle realtà volte, tra l’altro, all’erogazione di servizi primari (docce, distribuzione alimenti, vestiario, ecc.). L’improvviso venire meno dello “scudo” denaro ha reso molte di queste persone maggiormente consapevoli delle problematicità della loro condizione di vita, facendo maturare in alcuni il desiderio di rientro in patria, visto come modalità di ricostruzione del sé e di una nuova prospettiva di vita.

Le ultime persone arrivate, in prevalenza dalla Tunisia, a seguito dei fatti del 2011, sono generalmente molto giovani e inizialmente non implicate nel consumo di sostanze. Molti di essi decidono comunque di avviare un certo rapporto con le sostanze diventandone venditori, attratti dal potere di acquisto che lo spaccio consente, ma comunque consapevoli dei rischi cui vanno incontro. Questa nuova generazione, contrariamente alla vecchia, spende tutto in beni di consumo e non invia alcun denaro al paese di origine e si differenzia anche per le peculiarità dei bisogni e dei progetti di vita.

I vecchi immigrati, che prima gestivano il mercato dell’hashish, appaiono adesso provati dalla precarietà e dalla vita di strada, e diventano così soggetti più deboli e con meno potere contrattuale nella propria comunità di appartenenza, anche perché users (con stili di consumo distinto: iniettivo, inalatorio o fumato).

Per quanto riguarda le sostanze consumate dalle persone contattate, l’alcool risulta essere la sostanza più diffusa (60%), sia per il numero di utenti, italiani e stranieri, sia per lo stile di consumo quotidiano e manifesto.

Rispetto al consumo problematico di alcool occorre qui operare una breve digressione teorica relativa all’approccio teorico di riferimento ed alle relative modalità di intervento del progetto che differisce da quello a cui si riferiscono la maggior parte dei servizi sociosanitari del territorio.

La gran parte dei servizi fiorentini che si rivolgono ai consumatori di alcool si riferiscono, su un piano teorico, al modello disease: la persona dipendente è una persona malata e l’addiction è vista come entità discontinua, o si è addict o non lo si è. Reputando la malattia della dipendenza come irreversibile, l’unica cura possibile rimane il trattamento e l’unico obiettivo l’astinenza.

A questo tipo di approccio il progetto contrappone quello dell’harm reduction, che sviluppa i propri principi all’interno della prospettiva psicologica dell’apprendimento sociale. La salute è intesa come stato complessivo di benessere della persona nell’ambiente, dando quindi rilevanza non solo alle variabile biologiche, ma anche quelle psicologiche e sociali. Il consumo di sostanze viene quindi letto come un’abitudine appresa ed il comportamento additivo è concepito come un continuum e non come entità discontinua. Nello specifico l’alcolismo è ritenuto “un disturbo a genesi multifattoriale (bio-psico-sociale) associato all’assunzione protratta (episodica o cronica) di bevande alcoliche, con presenza o meno di dipendenza, capace di provocare una sofferenza multidimensionale che si manifesta in maniera diversa da individuo a individuo” (SIA – Società Italiana di Alcologia).

La ricerca sul campo, e le osservazioni dirette sui consumatori nei setting naturali confermano una visione dell’alcoldipendenza come fenomeno multifattoriale, in cui, oltre a fattori organici, entrano in gioco fattori psicologici (legati all’azione euforizzante e ansiolitica dell’alcol), fattori socio-culturali (usanze e abitudini, modelli culturali e di comportamento accettati nelle comunità, situazioni sociali e familiari) e fattori personali (il tentativo a quietare ansia, angoscia, paura, senso di solitudine, tristezza, insicurezza, delusione, rabbia senza riuscirvi e nuovi problemi da risolvere come conseguenza del bere). L’attenzione dell’unità di strada, quindi, sia sul piano di intervento, sia su quello della ricerca, si sposta dalla persona alle relazioni interagenti nell’ambiente o ecosistema di riferimento.

L’alcool rappresenta inoltre, per il 18% degli utenti contattati, la base stessa del policonsumo, che lo vede associato al consumo di eroina, cocaina e psicofarmaci. A questo proposito è necessario sottolineare come il policonsumo rappresenti un dato sempre più concreto in termini sia quantitativi che qualitativi: l’approccio e il rapporto con l’uso di sostanze, infatti, è cambiato nel corso degli anni, ed è cresciuta la diffusione e l’accessibilità a diversi tipi di sostanze, non più delimitate a contesti specifici, ma trasversali ad essi.

Questo fa sì che si scelga la sostanza più adeguata (o il mix di sostanze) a seconda degli effetti che si vogliono ricevere e del setting in cui ci si trova in un dato momento.

È infine necessaria una riflessione riguardo all’abuso di farmaci senza prescrizione medica e, più nel dettaglio, rispetto al misuse di metadone e psicofarmaci, che è stato possibile osservare grazie alla presenza nelle “piazze” di consumo.

È importante fermarsi ad osservare e riflettere sul misuse farmacologico, quindi di sostanze legali prescritte dai servizi sanitari, per gli alti rischi connessi a questa pratica, sia a breve termine (overdose da metadone, uso iniettivo di specialità destinate a un’assunzione orale), sia a lungo termine (dipendenze iatrogene). Questa osservazione permette inoltre riflessioni sull’interazione del fenomeno con i servizi sanitari (ad esempio in termini di soglie di accesso), per capire se siano ipotizzabili cambiamenti nell’organizzazione o nelle modalità di accoglienza del servizio, e rappresenta un’occasione di approfondimento dei cambiamenti che si stanno verificando tra la popolazione consumatrice di sostanze, in termini di stili di consumo ma anche di etnografia.

L’esistenza di un mercato grigio di metadone e di farmaci è fatto oramai noto, la novità è rappresentata dall’ampliamento di questo mercato e dal superamento delle frontiere, con un trasferimento in paesi in cui è molto fiorente e quindi lucroso.

Gli stili di “spaccio” attuali riguardano prevalentemente metadone, subutex e rivotril: si può ipotizzare che la sempre peggiore qualità delle sostanze illegali di strada da un lato, e la facile reperibilità e “sicurezza” dei farmaci dall’altro, possa influire sull’aumento del ricorso a questi ultimi e, quindi, sul proliferare del mercato grigio.

Per quanto riguarda target e modalità di assunzione del metadone “di strada” si è potuto riscontrare un utilizzo prevalente tra persone giovani, alcuni dei quali utenti dei servizi per le tossicodipendenze che si caratterizzano per una bassa compliance al trattamento. L’uso è prevalentemente per via endovenosa e alcuni giovani e giovanissimi italiani sostengono di essersi avvicinati all’uso iniettivo con il metadone concentrato e non con l’eroina, perché la considerano una sostanza più “sicura”. I rischi vanno dal rapido aumento dell’assuefazione agli oppiacei, dal rischio di infezione sia se iniettato endovena che se iniettato fuori vena, fino al rischio di overdose.

Interventi effettuati

Nei primi otto mesi del progetto sono stati realizzati 693 contatti (sono conteggiate tutte le volte che gli operatori hanno incontrato e si sono relazionati con i 132 utenti).

I bisogni che emergono maggiormente riguardano il tema della salute e della cura di sé (26%) e quello del rapporto/accesso ai servizi (17%), temi legati sia alle condizioni di vita in strada, quindi di estrema marginalità, che a problemi di dipendenza (8%). L’ambito della marginalità e dell’inclusione sociale (che ricopre complessivamente il 21% dei bisogni espressi) investe argomenti specifici quali soluzioni abitative (11%), ricerca del lavoro (8%), problemi legali (2%). Si sottolinea come, nella costruzione della relazione, le persone sentano il bisogno di raccontare la propria storia personale, elemento che favorisce un rapporto di fiducia che, nel tempo consente l’emersione dei bisogni specifici, ai quali gli operatori possono rispondere con azioni di orientamento, di mediazione e di affiancamento nell’accesso ai servizi del territorio (49%).

È necessario infine porre l’attenzione sull’attività di counselling (51%), che necessita, inevitabilmente, della capacità dell’operatore di creare una parentesi che privilegi l’atto dell’ascolto e della comprensione all’azione, permettendo alla persona di rivolgersi all’operatore anche “solo” per cercare uno spazio socialmente vitale. Un intervento che dà la possibilità di esprimere socialmente se stessi, cosicché l’operatore possa restituire, al contesto istituzionalizzato dei servizi, l’interezza dell’esperienza di vita della persona, il suo mondo di riferimento, i significati che sottendono alle sue scelte. Gli interventi brevi risultano efficaci con persone che consumano in maniera rischiosa e dannosa, collocandosi in uno spazio intermedio tra prevenzione primaria e trattamenti più intensivi, con l’obiettivo di dare alla persona strumenti per cambiare le attitudini basilari e affrontare una varietà di problemi sottostanti. Gli elementi essenziali di questo tipo di counselling si possono riassumere in quattro passaggi: informare sui livelli di rischio; adattare l’intervento allo stadio del cambiamento in cui si trova la persona (dalla refrattarietà- precontemplazione, all’azione-mantenimento); offrire informazioni su come raggiungere i livelli di consumo a basso rischio; prevedere delle strategie di mantenimento, aiutando la persona a identificare i segnali e le situazioni di ricaduta.

Attivazione della rete

Agire consapevoli di trovarsi all’interno di un sistema è uno dei presupposti su cui si poggia l’intervento, nella convinzione che solo attraverso la conoscenza, la condivisione e la sinergia nella programmazione e nell’implementazione degli interventi, si possa migliorarne l’efficacia.

Il target ha determinato, fin da subito, la necessità di un raccordo con i servizi per le tossicodipendenze, per la condivisione di bisogni, percorsi e interventi da concordare con le persone, ed agendo come strumento di connessione tra la persona ed il servizio nel favorire l’aggancio, o il riaggancio quando il rapporto si sia per vari motivi interrotto.

Oltre che con i servizi per le tossicodipendenze, risulta ovviamente indispensabile lo stretto rapporto con il drop in presente sul territorio (centro diurno Porte Aperte Aldo Tanas) e con le altre Unità di Strada, nell’ottica di una sempre maggiore sinergia e condivisione di strumenti e modelli di intervento tra servizi di bassa soglia e riduzione del danno.

Si sono poi costruiti rapporti con il Pronto Soccorso e con alcuni reparti ospedalieri, prevalentemente Tossicologia e Malattie Infettive, e di particolare rilievo è lo scambio con il Centro Medico Niccolò Stenone, servizio della Caritas Diocesana di Firenze, che si rivolge a persone che versano in condizioni di forte marginalità e che necessitano di visite mediche gratuite e qualificate.

Date le caratteristiche di forte marginalità del target a cui l’intervento si rivolge, è risultata prioritaria la partecipazione alle attività del Tavolo dell’Inclusione Sociale, tavolo di coordinamento che nasce come momento di incontro e raccordo tra gli attori che nel territorio fiorentino si occupano a vario titolo di inclusione sociale e come osservatorio preciso e puntuale per il monitoraggio delle marginalità e dei fenomeni ad essa legati, al fine di offrire risposte univoche ai bisogni riscontrati attraverso una sinergica co-progettazione delle attività territoriali.

Bisogni, quelli con cui il progetto si è dovuto confrontare, che sono in gran parte attinenti all’area sociale, ed in prevalenza connessi alla mancanza di un alloggio. Problematica alla quale si è cercato di dare risposta attraverso il lavoro di rete con i dormitori del territorio, per tutti coloro che possiedono i requisiti per accedervi, e con la partecipazione attiva al Progetto di Accoglienza Invernale, che prende avvio nel mese di novembre, e che risulta un’importante risorsa aggiuntiva in fatto di accoglienza notturna, dal momento che garantisce l’accoglienza anche agli stranieri privi del Permesso di Soggiorno con problematiche sanitarie rilevanti.

Il tentativo di dare risposte sempre più sinergiche ha determinato lo stretto raccordo con i servizi sociali territoriali, con l’ufficio Inclusione Sociale del Comune di Firenze, oltre che con la Caritas Diocesana di Firenze e con tutte le associazioni di volontariato che operano nel contesto territoriale della stazione di Santa Maria Novella e che rappresentano un’importante risorsa per l’attivazione tempestiva degli interventi.

Cercare di rispondere ai bisogni espressi, ha inoltre determinato la relazione con gli sportelli di consulenza legale gratuita del territorio, a cui le persone con problemi giuridico/legali, vengono inviate.
Sono stati infine strutturati degli incontri periodici con Ferrovie dello Stato e con le Forze dell’Ordine, in particolare con la Polizia Ferroviaria, al fine di condividere le criticità della stazione e presentare gli interventi effettuati.

 

Conclusioni

La presenza stabile degli operatori all’interno del contesto della Stazione centrale di Firenze risulta favorire una visione ampia e al contempo focalizzata rispetto al fenomeno delle marginalità in città. Parallelamente questo sguardo consente anche di rilevare come la Stazione nel suo complesso sia non soltanto una struttura fisicamente presente nella città, ma anche una dimensione sociale nella quale si rispecchiano i cambiamenti della comunità. Ad oggi la Stazione si configura sempre più come un luogo di “arrivi, soste e partenze”, come “piazza” cittadina nella quale si intrecciano dinamiche economiche e relazionali. È chiaro quindi che in questa prospettiva si debba mantenere una costante attenzione e sensibilità verso tutte quelle forme di marginalità che la abitano. In tal senso il ruolo di mediazione svolto dagli operatori rende possibile costruire un dialogo tra soggetti molto distanti tra loro e, potenzialmente. ridurre i fenomeni di stigma ed esclusione.

Il progetto ha consentito di avviare alcune azioni centrate sui bisogni individuali, finalizzate ad avviare un percorso di miglioramento delle condizioni di vita attraverso la promozione dell’autonomia individuale, tramite l’acquisizione di competenze e conoscenze utili ad accedere alla rete di supporto formale e informale presente. L’atteggiamento non giudicante e una rilettura condivisa dei bisogni espressi, ha permesso di far emergere come, nella formulazione degli interventi rivolti a questa fascia di popolazione, sia necessaria una fase in cui alla persona viene fornita l’opportunità di pensare a sé in modo diverso o di “possibilizzazione”, secondo un’ottica di empowerment. La condizione di marginale ha infatti implicazioni non soltanto di carattere socioeconomico ma anche rispetto alla costruzione di un’identità derivante dall’appartenenza a questa categoria. In altri termini potremmo definire la marginalità, prima ancora che un problema sociale, un “luogo psicologico” determinato dall’attribuire a sé norme, valori, e comportamenti che appaiono funzionali a costituire un’identità personale e sociale adatta al contesto di vita.

In conclusione, è possibile affermare come una lettura psicosociale del fenomeno permetta di andare oltre la connotazione esclusivamente legata ai deficit che la condizione di marginalità comporta. Un aspetto fondamentale risiede nella definizione di obiettivi condivisi con la persona e programmati sulla base di un progetto costituito da obiettivi intermedi, in grado di essere facilmente raggiungibili e colti come successi nel proprio percorso di vita. Pur considerando il lavoro e l’alloggio come gli obiettivi principali, appare quindi indispensabile la promozione di un senso di efficacia personale mirato a favorire un atteggiamento positivo verso il cambiamento.

 

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This article was published on April7th: World Health Day in Global Education Magazine.

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